PIR: CONVENIENZA A PARTIRE DAL 5%


La legge n. 232 del dicembre 2016, nota ai più come “legge di stabilità 2017” ha istituito anche nel mercato italiano i Piani Individuali di Risparmio (PIR).

A fronte di molti dubbi da parte degli investitori sulle reali convenienze di questi strumenti, vorremmo come di consueto fornire alcuni spunti di riflessione ed elementi oggettivi su cui ognuno di noi potrà imbastire le proprie valutazioni.

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Essi presentano diversi vantaggi:

1. evitare la tassazione sui capital gain del 26% sugli utili derivanti dall’andamento di questi piani, a condizione che l’investimento sia detenuto per almeno 5 anni;

2. evitare l’assoggettamento all’imposta di successione.

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A fronte di questi oggettivi vantaggi, vi sono alcuni obblighi da rispettare relativamente alla destinazione dei fondi investiti nei PIR:

1. almeno il 70% dei PIR deve essere destinato a strumenti emessi da imprese italiane o europee in Italia;

2. di questo 70%, il 30% deve essere investito in strumenti di società non incluse nell’ FTSE-MIB. Si tratta, in tal caso, di aziende di piccole e medie dimensioni come quelle quotate nell’indice FTSE MID CAP (composto da 60 società che non possono appartenere all’indice FTSE MIB), nel segmento STAR (il segmento della borsa relativo alle società ad alti requisiti aventi, fra l’altro, una capitalizzazione compresa fra 40 mln ed 1 miliardo di euro) e nell’indice FTSE AIM (Alternative Investment Market, relativo a società tipicamente small cap);

3. del 70% di cui al punto 1, il 30% può essere investito in qualsiasi strumento;

4. al massimo si può detenere il 10% di strumenti del medesimo emittente.

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La convenienza effettiva è in funzione oltre che dei vantaggi appena enumerati, anche dei costi che le varie società di gestione pongono in carico a questi strumenti. A tal proposito, alcune società hanno inserito commissioni di entrata pari al 4% oltre a commissioni di gestione annue ed a commissioni di performance. Ecco dunque che solo tenendo conto anche di queste voci, si può misurare la reale convenienza.

Facendo un conteggio molto semplice, si può stabilire che il 5% di rendimento annuo del sottostante paniere rappresenti il break-even point. Vediamo perché.

Se si acquista il medesimo paniere di un PIR, attraverso un normale acquisto di azioni, ed il rendimento annuo del basket fosse pari al 5% lordo, ne deriverebbe che il rendimento al netto della tassazione del 26% sarebbe pari al 3.7%.

Tramite il PIR invece il 5% sarà lordo e netto, stante l’assenza della tassazione fiscale. Tuttavia è sufficiente una management fee addebitata dalla società di gestione, pari ad almeno l’1.3% annuo (livello estremamente plausibile), per far velocemente raggiungere lo stesso rendimento che si avrebbe nel caso di acquisto diretto degli stessi titoli.

Se poi sono presenti commissioni di performances oltre ad eventuali entry-fees, ecco che il break-even point si alza proporzionalmente.

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Attenzione poi alla componente obbligazionaria che può essere presente all’interno del PIR. In tal caso i rendimenti certamente inferiori al 5% (stanti gli attuali tassi di interesse prossimi allo zero fino scadenze medie) verranno fagocitati nella loro interezza dalle commissioni di gestione penalizzando ulteriormente il risultato complessivo della gestione.

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Ma negli ultimi anni, quanto avrebbe reso l’investimento in small e mid-caps italiane?

Il seguente grafico riporta il confronto fra l’indice FTSE MIB, FTSE MID CAP e FTSE AIM dal 2013 ad oggi:

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Fonte: tradingview.com

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In blu troviamo l’FTSE MID CAP, in rosso il FTSE MIB ed in arancione il FTSE AIM.

L’under performance delle società dell’ Alternative Investment Market (AIM) rispetto le mid caps e le blue chips è evidentissima.

Osserviamo ora come dall’introduzione dei PIR, le dinamiche siano però radicalmente cambiate:

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Fonte: tradingview.com

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Il Grafico riporta le quotazioni dei 3 indici YTD (da inizio 2017 quindi).

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La massa di liquidità proveniente dai PIR e confluita nelle società dell’indice AIM nonché del FTSE MID CAP ha decisamente spinto verso l’alto le quotazioni di questi titoli. Si pensi che sulla base dei dati ad agosto 2017, sono già confluiti 5 miliardi di euro (a fronte dell’obiettivo del governo fissato in 10 miliardi di euro entro fine anno).

Gli scambi sul segmento AIM infatti sono aumentati del 517% e certi titoli sono triplicati di valore da inizio anno. Questo è testimoniato dal 32% registrato dall’indice FTSE MID CAP da inizio 2017.

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Siamo in presenza di una bolla? Probabilmente si, ma si tratta di una bolla indotta dagli sgravi fiscali del governo e, come tale, potrebbe durare ancora parecchi anni dal momento che siamo solo nemmeno al primo anno di introduzione. Per molti versi, questa bolla assomiglia molto ai boom delle immatricolazioni delle auto occorsi ogni qualvolta i vari governi susseguitisi in Italia hanno lanciato le campagne relative agli sgravi fiscali legati alle rottamazioni.

In conclusione, al di là dell’euforia di questo primo anno all’insegna del grande successo, attenzione ai costi occulti dei PIR ed alla loro incidenza, qualora il vento in borsa dovesse girare.

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Corrado Fantini

Pubblicato l' 11/10/2017



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